sabato 26 dicembre 2009

Quel verde...


Il grigio è il colore della malinconia, dicono. Quel grigio che ti appesantisce, che si poggia pesante sulle spalle, che preme verso il basso. Quel grigio che riempie il cielo e poi rovina giù comprendo tutto, qualsiasi altra emozione.

Se ti sanguinano gli occhi con le sue increspature, con quelle sue lame d'acqua.
Allora lo sai.
Se quando ti avvicini troppo il mare ti afferra con i suoi tentacoli bianchi per un piede e ti trascina giù.
Allora lo sai.

Allora lo sai che è il verde, è quello il colore. Non parlo del verde dei boschi, delle foglie, dei prati. Non quel verde brillante, quello profondo, quello del mare...

...è quello il colore della malinconia...


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domenica 20 dicembre 2009

Svegliati!









Le sue pupille erano completamente spalancate e i bulbi oculari roteavano senza controllo in cerca di input. Di una qualche sorgente luminosa. La vista è un senso prepotente, senza ci sentiamo persi. Ma lì non c'era alcun fotone che vagasse. Tutto intorno a lui era immerso nella pece più profonda.

La vista gli generava solo un senso di squilibrio, come appoggiarsi su qualcosa di instabile. Spense istintivamente la vista lasciando gli occhi aperti, si appoggiò su qualcosa di più stabile, sul più primitivo dei sensi, l'olfatto, ci legò l'udito e Giorgio riacquistò l'equilibrio, capì che non era solo. C'era un qualche corpo lì accanto.

Gli altri sensi non erano cechi e generavano enormi quantità di impulsi elettrochimici che schizzavano in ogni direzione e parte della sua corteccia celebrale, disegnando lo spazio afotico. Mosse prima le dita con molta cautela, poi, leggermente, la mano sinistra. Erano lunghi e lisci capelli quelli che toccava. L'altra mano invece, muovendosi ancora meno, sfiorò e registrò la superficie levigatissima della pelle di una mano. Leggerissimamente Giorgio ruotò la testa utilizzando l'estremità del naso come fosse la sorgente di un ecoscandaglio. Insieme all'udito, il cervello registrò abbastanza informazioni in grado di formare una chiara e luminosa immagine.

In qualche modo, Giorgio stava contenendo tra il volto e i polpastrelli delle sue mani una ragazza. La sentiva respirare profondamente. Per non si sa quale ragione le sue labbra si trovavano a pochissimi millimetri da quelle di una donna.

Lei, dormiva...

Non era la sua ragazza, non sapeva esattamente chi fosse. Per Giorgio era come trovarsi in uno di quei racconti di fantascienza in cui il proprio io viene inserito in un corpo estraneo fino a pochi istanti prima. Sentiva però una forte attrazione per quella immagine neuronale. Continuò impercettibilmente a sfiorarne la pelle e i capelli. Come un enorme magnete lo attraeva.

Giorgio si sentiva come un bambino su di un'altalena nei pochi istanti prima che la fase ascendete raggiunge il punto più alto della curva che disegna, la felicità. Sentiva che avrebbe voluto raggiungere il picco più alto di un impalpabile piacere. Sentì un fortissimo e potentissimo desiderio di baciarla. La cosa lo avrebbe reso immensamente felice, il solo pensiero di non farlo lo dilaniava.
Giorgio avvicinava le sue labbra a quelle della ragazza lasciando tra loro un sottile, infinitesimo soffio di aria. Non desiderava altro, non poteva immaginare altro che baciarla! Sperava che lei lasciasse Morfeo per svegliarsi e raggiungerlo in quel mondo. Assaporò quell'enorme desiderio per tutti gli innumerevoli attimi che lo separavano dalla sicura fine.

Giorgio non poteva in alcun modo vedere le palpebre di lei. Il suo udito però registrò un cambiamento del ritmo respiratorio. Vide con le sue orecchie il momento in cui lei aprì leggermente le sottili labbra per raccogliere altra aria. In brevi istanti lei si svegliò e senza saperlo, senza che nessunissimo fotone potesse trasmettere l'immagine dell'uno verso l'altro, si guardarono l'una negli occhi dell'altro...

Di quello che accadde poi, non se ne sa niente... il futuro è sempre da scrivere!

mercoledì 9 dicembre 2009

Come stai??

Bè sì, ricordo esattamente quel giorno, era quasi tutto finito, quando ad un certo punto arriva. Con grandi sorrisi e grandi passi mi si avvicina troppo, mi saluta, mi abbraccia e lo stronzo se ne esce con una domanda all'apparenza banale.

- Simona! Come stai??

Bè sì, ricordo esattamente quel momento. Cosa mi esplose nella testa. Il pensiero e le parole che avrei voluto dire a quell'essere, in quel momento di troppo! Ricordo esattamente, ma quel pensiero mi rimase in testa, mi attraversò tutta lo corteccia. Pensai al gatto di Schrodinger, no non è il mio vicino di casa!

Dagli anglosassoni si può imparare tanto. Hanno molti difetti è vero, non sopporto il loro costante atteggiamento imperialista. Certe cose però dovremmo impararle da loro. Un inglese non si permetterebbe mai di chiederti come stai. Quella domanda non la pensano neanche, e fanno proprio bene.

Spesso credo che il nostro stato mentale segua le leggi della meccanica quantistica. Rispondere alla domanda “Come stai?” può rappresentare un paradosso, proprio come il gatto di Erwin.
Immaginate un gatto che può mangiare da due scodelline di bocconcini, una delle quali avvelenata. Il tutto in una scatola dove non è possibile guardare all'interno, a meno che non la si apra. Dopo aver lasciato il gattino, assolutamente non claustrofobico, con la sua pappa preferita questo avrà pari probabilità di essere vivo o morto. Fino a che non apriamo la scatola e osserviamo il gatto resta al tempo stesso vivo e morto.

Il paradosso infatti sta proprio nel fatto che fino a che lo stronzo non mi fece quella domanda, ero paradossalmente serena, potevo essere descritta indistintamente con uno stato positivo o negativo.
Tranquilla per i fatti miei!

- Allora? Ci sei?? Si può sapere come stai?? Ma a che stai pensando?

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